Il peso dell’etica del lavoro ai tempi dello smart working

Parlare di etica del lavoro oggi è essenziale per creare un ambiente di lavoro sano a distanza. Ma quali sono le basi in assenza di una legislazione adeguata?

Cos’è l’etica del lavoro? Cosa significa assumere un comportamento etico professionale sul luogo di lavoro? In primis, è importante considerare che un imprenditore deve saper scrivere e vivere di etica del lavoro. In questo ultimo anno ho assistito a comportamenti imprenditoriali a dir poco vergognosi: mettere il personale in cassa integrazione e poi chiedergli di lavorare comunque per “salvare l’azienda” non mi sembra corretto e, sicuramente, entra in conflitto con l’idea stessa di etica professionale.


In tutto questo scenario, però, c’è da dire che lo smart working ha cambiato tutto. Qui si modificano le regole del gioco, e, come al solito, la legislazione nazionale arranca. I contratti di lavoro dei dipendenti sono basati sulle ore di lavoro, ma, lo smart working si configura, all’atto pratico, come un contratto a obiettivi, obiettivo che noi imprenditori siamo i primi a non saper fissare. Il personale allo stesso tempo è in difficoltà: non avendo fra le mani una normativa chiara o, meglio ancora, un codice etico e di comportamento aziendale a casa, non è in grado di organizzare in modo efficiente il proprio lavoro; senza considerare che, a causa di questa legislazione inadeguata, molti sono costretti a lavorare con bambini dell’asilo o delle scuole elementari a casa.
Ma quindi di cosa stiamo parlando?
 

Flessibilità e trade-off: qual è la strategia vincente? 


Parliamo della capacità di saper coniugare flessibilità con dovere e impegno. Personalmente in azienda non ho mai dovuto preoccuparmi di gestire la questione del cosiddetto “trade-off”, ossia l’analisi costo-opportunità che ha portato molti imprenditori ad assumere atteggiamenti controversi nei confronti dello smart working. Ma, c’è da dire che il mio modus operandi è derivato anche da anni di fiducia reciproca con i miei collaboratori e da un ambiente che si è creato insieme, dove ci si sente a casa sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Come al solito, la strategia vincente è sempre quella basata sull’orizzonte di lungo periodo: se avessi guardato al guadagno spicciolo, avrei controllato i dieci minuti di ogni persona, creando un clima di ansia e terrore. Viceversa, lavorando sul coinvolgimento, sulla responsabilizzazione, possiamo ora affrontare lo smart working in serenità.
 

La reciprocità è il punto sul comportamento etico professionale


Tutto questo ha a che fare con l’etica del lavoro e con il suo significato che è, in primo luogo, la reciprocità: non c’è il buonismo dell’imprenditore, così come non ci deve essere la furbizia di un dipendente. La flessibilità è un atteggiamento reciproco: l’adattamento, la comprensione delle necessità, il giusto compromesso proviene da entrambe le parti.

Questo è l’atteggiamento che si dovrebbe mantenere nell’attesa che la legislazione nazionale ed europea si adegui velocemente alla nuova situazione. Che senso ha, mi chiedo infine, parlare di smart working a ore quando ci sono i figli da seguire a casa  ̶  anche a   me è successo con una bambina di quattro anni  ̶  senza la possibilità di lasciarli dai nonni  ̶  sempre considerato che sia giusto, anche e soprattutto in questa situazione, avvalersi di questa tipologia di aiuto.

Chissà se a Roma qualcuno legge il mio blog e questa mia richiesta di adozione di un’etica professionale lavorativa e inclusiva per tutte le figure professionali.



 

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